“Solo casi speciali”


DI PATRIZIA GUZZARDI

 

Bulbula, domani si va al villaggio di Bulbula. Domani si vanno ad incontrare i bambini adottati a distanza. La squadra è presto fatta, “farenju” (bianchi) e “abbasha” (nativi). Insieme.

É tempo di preparare il borsone: pc, penne, graffettatrici e punti, carta per scrivere ed i moduli da compilare. Anche la macchina fotografica. Quella proprio non dobbiamo scordarla. É importante non dimenticare niente, perché le cose più banali per noi, lì risultano difficili da trovare. Tutto è più complicato quando si va nelle campagne, nei piccoli villaggi, dove in abbondanza si trova solo la polvere.

Mi accorgo subito che siamo arrivati, non ho bisogno di chiedere conferma. Loro sono già lì ad attenderci. I bambini con le loro mamme, a volte i loro papà e, se orfani, sono accompagnati dalle sorelle più grandi. Alcuni seduti per terra, altri in piedi: tutti con lo sguardo rivolto alla strada, in attesa di scorgere il pulmino sgangherato sul quale viaggiamo.

In una povera costruzione, con due tavolini e qualche sedia, il lavoro inizia. La coda si forma ed ordinatamente, anche se molto lentamente, cominciamo a raccogliere i dati. La prima cosa è riconoscere il bambino che ci troviamo di fronte; all’inizio mi sembra che si somiglino tutti, poi colgo le differenze e riesco anch’io a confrontarli con la foto dell’anno precedente che ritrovo sul computer.
 

            
 

Richiediamo la pagella ai più grandini e la letterina di ringraziamento, il tutto verrà spedito in Italia alle famiglie che sostengono da lontano questi bambini. Comincio ad imparare i nomi, i numeri, alcune parole che si ripropongono ad ogni incontro. Di fianco, sull’altro tavolino, due ragazze compilano la scheda informativa: nome, età, stato di salute, classe frequentata, se entrambi i genitori sono vivi, quanti fratelli e sorelle. Le domande vengono fatte in Oromiffa (1), le risposte scritte in inglese. Scattiamo una nuova fotografia. Il lavoro è lento e non proprio semplice: nella cultura etiope cambiare cognome al bambino è diffuso, vuoi perché la mamma è rimasta vedova o abbandonata o perché il bimbo rimane orfano e va a vivere con un parente (2). Mi capitano due gemelli con due cognomi diversi e il mio ragionare per schemi comincia a tentennare. 
 


 

Passano alcune ore e mi rendo conto che la fila non si accorcia, anzi, la fila non è più una fila. Ci sono bambini e adulti ovunque, alcuni dei quali non ancora inseriti nel progetto di adozione a distanza. Sono centinaia e, senza parlare, mi guardano. Ogni adulto ha con se più di un bambino. Sono quasi tutte mamme con un piccolo in braccio ed uno o due bambini attaccati alla gonna e seminascosti; molte hanno in grembo un altro figlio. I piedi nudi nella polvere e pochi stracci addosso che non riescono a coprirli per intero. La dignità copre il resto.

Smarrita. Per un po’ mi sento così, smarrita. Fra le campagne è iniziato il tam tam: la “farenjiu” è qui, la “farenjiu” ci può aiutare. Allo smarrimento si aggiunge l’angoscia: non posso registrare altri bambini nel programma di adozione, lo so. In Italia c’è la crisi, si trovano sempre meno famiglie disposte a sostenere un bimbo a distanza e con questi ragionamenti mi faccio scudo, mi difendo.
 


 

Per un tempo che mi sembra lunghissimo, ma che dura forse poco più di un’ora, riesco a tenere tutto sotto controllo ma alla vista di Tarikè, bimba orfana di soli 7 mesi che pesa appena 2.400 grammi, comincio a vacillare. É la prima “new adoption”, la prima nuova adozione della giornata. Poi è la volta di un bimbo di due anni con entrambe le gambine amputate e poi uno di tre anni paralizzato; poi, bimbi storpi e altri ciechi e altri paralizzati. Ed, ancora, storpi e creaturine con handicap che nemmeno mi immaginavo. E fra un bambino malato ed un altro, bambini sani. 

“Siete tanti, siete troppi” continuavo a ripetermi. In quel momento mi è venuta in mente questa frase, che ora mi sembra la meno appropriata, la meno adatta, la più sbagliata. “Only special cases”, “solo casi speciali” perché a loro non potevo dire di no.

É stato allora che per una volta nella vita, la mamma di un bimbo con handicap si è sentita fortunata: le avevo detto di sì, avrebbe ricevuto l’aiuto.

E tutti quei bimbi sani? E tutti quei bimbi con le gambine e le braccine scarne? E tutti quei bimbi con il pancino gonfio per la malnutrizione? E tutti quei bimbi che patiscono la fame, il freddo ed ogni privazione? A loro ho dovuto dire di no, a loro che neanche capivano cosa stava dietro il mio rifiuto, a loro che si stringevano forte alla mamma che fino alla fine si aggrappava ad un mio sì. Foto 5

Ma il mio dolore ed il loro erano un tutt’uno. Il mio dolore e il mio sguardo accompagnavano quelle figure che tornavano nella loro miseria. Erano arrivate, in compagnia della speranza, dopo ore di cammino. Ho voluto pensare che lungo la strada del ritorno fossero accompagnate dalla consapevolezza che non avevamo potuto aiutarle, ma che avevamo aiutato altri bambini a loro vicini.

Ma quei bimbi non sono speciali anche loro?

Ma ci sono bambini al mondo che non siano speciali?

Ed è a loro che ora chiedo di essere comprensivi, ed è a loro che ora chiedo scusa per averli feriti ed offesi. Ed è a loro che ora chiedo perdono.

Ed allora perché non debba più succedere a me, o a qualcun altro dopo di me, di dover dire “only special cases”, vi chiedo di aiutarli a crescere perché con poco si vive e con niente si muore.

Vi chiedo di aderire al progetto di adozione a distanza, di tendere una mano ad un bambino, il vostro bambino speciale.

 

NOTE:

1: La lingua madre di gran parte della popolazione che vive in quest’area. L’amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia è utilizzata da una percentuale esigua degli abitanti di Bulbula.

2: Può capitare che le letterine riportino un cognome differente da quello  precedentemente comunicato alla persona che sostiene l’adozione a distanza.

 

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