• Le testimonianze

    Volontari in Etiopia

"Impossibile dimenticare"

di Alessio Bona e Sara Gastoldi

Chiudiamo gli occhi e se fino a un attimo prima ci sentivamo ancora nel “nostro mondo” ora ci accorgiamo di essere in un altro luogo. Un luogo molto diverso da quello in cui siamo sempre vissuti: i profumi, le voci, i colori sono diversi da quelli a cui siamo abituati, donano sensazioni nuove, mai provate, ma che ci affascinano. Sentiamo la necessità di scoprire quante cose questa terra saprà mostrarci e donarci ma allo stesso tempo siamo spaventati perché non sappiamo cosa ci aspetta. Qualcosa abbiamo letto nei libri, molto ci hanno raccontato, altro abbiamo visto nelle foto e nei filmati di chi c’è già stato, ma sentiamo già che non potrà essere la stessa cosa: questa è la nostra esperienza e vivere è diverso dal guardare un film vissuto da altri.

In un attimo ci rendiamo conto che i nostri timori sono infondati.

Il primo scoglio infatti, la lingua ai nostri occhi così incomprensibile, è già superato: un sorriso, un abbraccio, i gesti e qualche parolina messa qua e la si lasciano intendere più di tanti discorsi. In pochi istanti ci accorgiamo che la comunicazione è talmente carica quando il dialogo non è basato sulle parole: sentiamo che il nostro sorriso ha una grande potenzialità, ci accorgiamo che in uno sguardo, in una stretta di mano o nel battito di una spalla (saluto nuovo ma che dopo due incontri sentiamo già nostro) possono nascondersi degli incontri che arricchiranno la nostra giornata. Ci rendiamo conto che quei gesti, così automatici quando accompagnati dalle parole, diventano importanti e significativi. Scopriamo che la comunicazione va oltre le parole: la vera comunicazione passa attraverso un’autentica accoglienza dell’altro, un’accoglienza sincera senza preconcetti, un’accoglienza curiosa che ci porta a voler comprendere e conoscere con semplicità chiunque incontriamo nel nostro viaggio.

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Accogliendo scopriamo che anche una bambina disabile che non parla, non cammina e passa quasi tutta la giornata sdraiata su un materasso può comunicarci i propri desideri e i propri bisogni. E riesce a farlo proprio con noi “farenge”. Alla piccola Mucio infatti prima facciamo un po’ paura per il nostro strano colore della pelle ma poi capisce che siamo qui per ascoltarla, capirla e dedicarci a lei come agli altri bimbi.

Diventa così piacevole quel nuovo epiteto con cui veniamo chiamati per le strade, è fantastico il modo in cui i bambini pronunciano il nostro nome. È veramente emozionante sentire che per loro diviene importante insegnarci a parlare la loro lingua e per noi diventa un gioco divertente e affascinante l’amarico. Qualche parola la ricordiamo ancora con nostalgia.

Poi riscopriamo il valore del gioco. Il gioco, un’attività che a noi sembra così banale e scontata, diviene il momento più importante della nostra giornata. Ci rendiamo conto di quanto sia bello e importante giocare e purtroppo scopriamo che il gioco è un privilegio anche solo quando si tratta di lanciare in aria cinque sassolini. Ci accorgiamo che non tutti i bambini possono giocare o meglio che tutti giocano ma solo pochi di loro sono così fortunati da poterlo fare “di lavoro”. Ci riscopriamo saltatori di corda, giocolieri e calciatori e ci stupiamo accorgendoci che solo in un campo da calcio in Etiopia possiamo rivedere azioni che pensavamo possibili solo in Holly e Benji.

E poi ci rendiamo conto di quanto sia bella la scuola. Negli occhi di quei bimbi riscopriamo il piacere di andare a scuola. “Ischool! Ischool!”: è urlando questa parola che i bambini ci fanno capire che vogliono entrare in classe e non osiamo correggere il loro inglese perché sono talmente entusiasti che la loro felicità ci contagia. Nel giro di un giorno ci siamo già trasformati in insegnanti. E cosa insegniamo? Noi ci limitiamo a insegnare ai più piccoli a scrivere qualche lettera e ai più grandi un po’ di inglese e di italiano, ma sono loro i veri insegnanti. Oltre ad aiutarci a imparare l’amarico (o forse dovremmo chiamarlo come ci hanno insegnato: “amaregno”), ci trasmettono “il piacere dell’andare a scuola”, a noi che nella nostra infanzia l’abbiamo vissuta come un obbligo e che facevamo carte false per poterne saltare un giorno.

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Proprio noi, ora, ci accorgiamo che anche questo è un privilegio. E vorremmo che tutti questi bimbi e pure quelli fuori dal centro avessero la possibilità di andare in una vera scuola (non quella che ci troviamo ad improvvisare noi) e che grazie a questa possibilità possano costruirsi un futuro. Un futuro diverso da quello che è spettato ai loro genitori, un futuro migliore. Crediamo fermamente che lo sviluppo dell’Etiopia passerà attraverso l’educazione di questi bambini che saranno gli uomini e le donne di domani. Inutile quindi descrivere la felicità che proviamo nello scoprire che i bimbi del centro andranno tutti a scuola (o forse mentre stiamo scrivendo già hanno iniziato ad andarci) e quindi non ci resta che sperare che restino pieni di entusiasmo come quando li abbiamo conosciuti. Siamo sicuri che loro sapranno contribuire al cambiamento della tragica situazione del loro paese.

Questo paese che ci sembrava così lontano, quindi, ci ha permesso di portare a galla alcune consapevolezze che già erano dentro di noi. Consapevolezze emerse venendo a contatto con la realtà etiope: situazioni forti e toccanti, che al primo momento ci hanno abbattuti, ma subito dopo ci han fatto pensare, in parte comprendere e sicuramente sperare.

Come ogni esperienza, purtroppo, anche la nostra deve finire; dobbiamo tornare in Italia, il lavoro e la nostra vita ci chiamano. Al solo pensiero capiamo che l’Etiopia ci è entrata nel cuore e sarà difficile dimenticare. Tornati in Italia però ci rendiamo conto che non sarà solo difficile dimenticare: sarà impossibile! Non solo perché non lo vogliamo ma perché non dobbiamo! È nostro dovere raccontare ciò che abbiamo visto e vissuto.



Lo dobbiamo a tutte le persone e i bambini che abbiamo incontrato. Lo dobbiamo a Roberto che abbiamo visto dare tutto se stesso per quelle persone; a Mr. Ubiscen, “our boss”, che con i suoi trucchi di magia ci ha rallegrato le serate e che con i suoi discorsi ci ha aiutati a comprendere meglio la cultura etiope; a Meles che non ci ha abbandonati nel momento del bisogno; a Nigusu che con le sue ruote percorreva i vialetti del centro e con le sue frasi da duro ci faceva sorridere per tutta la giornata; a Marcos ed Efrem, i piccoli “boss” di Areka, che regalandoci la loro approvazione ci hanno dato il passpartout del centro. E ancora, a Israel e Admasu che con un sorriso sapevano renderci complici di un furto di canna da zucchero; alla dolce e malinconica Emebet: a volte per strappare un sorriso a quel suo bellissimo volto triste ci voleva una giornata di abbracci e forse questo era quello che voleva; alle piccole Eredet e Berechetz che saltandoci in braccio e dandoci un bacio sapevano illuminare le nostre giornate; a Lhiun che con quel viso sempre allegro e la testa tra le nuvole ci ha mostrato numeri da vero campione; a Ascennafi ultimo arrivato: dietro al suo fisico che parlava da solo si nascondeva un ragazzo forte e intelligente, speriamo continui a lottare con tutte le tue forze; a Salomon che come vestito della festa aveva la divisa di scuola di suo padre. Alla splendida Mucio e a Joannes che, disabili, sono considerati gli ultimi degli ultimi ma che siamo sicuri sapranno fare grandi passi avanti; e ad Abram, Alena, Misrach, Nega, Eden, Tzagai, Zalalem, Admasu, Abibu, Yotz, Zariu, Tugiarre, Dawitz, Aghegno, Abegn, Sansive, Obalem, Tariku, Emusc, Ermela, Abtamu, Rael, Victoria, Ciccaritta, Amina, Tetrusk, Serawitz, Karkidad, Robet, Biniam, Amanue, Anna e tutti gli altri bimbi, che non possiamo dimenticare. È per voi che dobbiamo raccontare a tutti del mondo in cui vivete e sperare di aprire il cuore delle persone che leggono o ci ascoltano per far sì che vi aiutino a costruire il vostro futuro e quello del vostro Paese.


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