• Le testimonianze

    Volontari in Etiopia

"Sarebbe bello che ognuno di voi potesse vedere con i propri occhi"

di Milena de Boni

Ci siamo recati a Zuway dove abbiamo incontrato poco più di 200 bambini, a Bulbula Desta circa 350 e per finire, Adigrat dove ne abbiamo incontrati quasi 2.500. Tre villaggi, tre situazioni molto diverse come pure le condizioni in cui vivevano i bambini.

Quando raccontavo agli amici che sarei partita per l’Etiopia come volontaria, spesso mi dicevano che avevano un bambino in adozione a distanza e se quindi potevo incontrarlo per loro e riportare qualche foto. Detta così sembrava una cosa semplice, visto che ero già in Etiopia, ma una volta arrivata sul posto mi sono subito resa conto che era tutt’altro che facile.

 Solo dopo la mia permanenza ho realizzato quanto sia complessa e delicata la gestione delle adozioni a distanza. Per un mese e mezzo ho collaborato con altre 7/8 persone del posto e ogni giorno ci recavamo nei villaggi per incontrare i bambini/ragazzi abbinati agli adottanti in Italia. Il lavoro consisteva nel riconoscerli, confrontandoli con la foto scattata l’anno precedente che avevamo sul portatile, raccogliere le letterine e le fotocopie delle pagelle, aggiornare i dati relativi al bambino e alla sua famiglia e scattare la nuova fotografia da inviare al benefattore (1).

Wonji, il primo villaggio che abbiamo visitato, si trova a soli 100 km da Addis Abeba, e conta circa 1.100 bambini sostenuti. La poca distanza dal Villaggio Madonna della Vita dove soggiornavo mi aveva rassicurata, perché potevamo andare e tornare in giornata.

Siamo partiti al mattino presto di buona lena e con tanto entusiasmo, decisi a registrare almeno 300 bambini al giorno. Il viaggio di andata, come pure quello di ritorno, è durato circa 3 ore, passando dal caos cittadino di Addis Abeba ad un tratto di autostrada, penso l’unico nel Paese, per finire con un terribile sterrato malconcio, polveroso ed impraticabile in caso di pioggia.

Ad attenderci abbiamo trovato il Direttore della scuola cristiana del posto con suoi aiutanti e circa 300 persone con i propri figli. Sono davvero molte 300 persone ansiose di venire registrate. La disponibilità del Direttore è stata esemplare ed ho subito preso coscienza di come la collaborazione delle Autorità locali sia indispensabile per fare questo lavoro, a partire dalle comunicazioni che devono essere fatte prima del nostro arrivo fino alla sistemazione delle persone in file ordinate per migliorare la velocità del lavoro.

Dopo le difficoltà e le novità della prima esperienza a Wonji le successive si sono susseguite in maniera più agevole. Ci siamo recati a Zuway dove abbiamo incontrato poco più di 200 bambini, a Bulbula Desta circa 350 e per finire, Adigrat dove ne abbiamo incontrati quasi 2.500. Tre villaggi, tre situazioni molto diverse come pure le condizioni in cui vivevano i bambini.


Ogni volta prima di partire, informavamo il Ministero delle Donne (2) che si rivolgeva ai capi dei vicinati Kebele (3) che a loro volta giravano casa per casa ad avvisare e avviare il passaparola sulla nostra imminente presenza. Gli spazi a nostra disposizione che trovavamo all’arrivo erano sempre differenti, a volte potevamo usufruire di una struttura del posto, a volte della casa di una famiglia ben disposta oppure dell’ufficio del capo villaggio, un unico locale in mezzo al nulla. Non sempre sapevamo cosa avremmo trovato nei villaggi in cui ci saremmo dovuti recare. Quindi, dopo l’esperienza a Wonji, avevamo compreso che per la riuscita del nostro lavoro, era fondamentale partire attrezzati: avevano con noi di tutto e di più, dalle prolunghe per il PC, ad un numero notevole di penne che sparivano misteriosamente, al sapone per lavarsi e persino la carta igienica.

A Zuway, che è una piccola cittadina, non abbiamo avuto difficoltà per avere le pagelle dei bambini, per loro frequentare la scuola è diventata una consuetudine consolidata e l’istruzione è riconosciuta come valore importante, mentre così non era nella vicina località di Bulbula dove i bambini che non frequentavano la scuola erano numerosi (4). Qui ho compreso che le condizioni di vita erano molto diverse da quelle dei villaggi nei quali eravamo stati in precedenza: le abitazioni della popolazione erano sparse su un’area vasta e molto distanti tra loro, vedevo che spesso i bambini che si presentavano non avevano nemmeno le scarpe ai piedi e portavano, così come i genitori, dei vestiti che raccontavano chiaramente la condizione della famiglia, infine a noi non era stato dato un “ufficio”, ma eravamo all’aperto posizionati sul retro di un edificio che era la casa di un componente dello staff. Era evidente che in questa zona le difficoltà e la povertà fossero maggiori. Parlando con le autorità locali e con i genitori capiamo che la scuola distava parecchi chilometri da loro ed era disagevole andarci. Oltre agli aspetti logistici anche quelli culturali erano ancora fortemente radicati nelle famiglie: i genitori obbligavano i figli a portare al pascolo gli animali o ad occuparsi dei fratellini più piccoli scoraggiando la frequenza della scuola. Di fronte a questa situazione e ai casi di bambini non istruiti non siamo riusciti ad essere troppo fiscali, il cuore ha prevalso sulla ragione e, dopo un sentito ammonimento ai genitori spiegando l’importanza dell’istruzione ed esortandoli fortemente a fare di tutto perché i bambini frequentassero la scuola, abbiamo mantenuto il sostegno al bambino spiegando che la quota elargita conteneva anche i fondi per la frequenza scolastica. A riprenderli su questo tema in maniera ancor più dura, è stato Bereket, un nostro giovane collaboratore, laureatosi di recente in ingegneria, ben consapevole del valore dell’istruzione e delle possibilità che questo concede per un cambiamento personale e sociale nel Paese.




A Bulbula abbiamo trovato anche una bambina, già assistita con l’adozione a distanza, con una forte infezione agli occhi che, in queste condizioni, porta generalmente alla cecità; fortunatamente siamo riusciti a trasferirla con la madre al Villaggio Madonna della Vita di Addis Abeba e da lì in Ospedale dove è stata curata a spese del CAE (5).

Tutt’altra situazione è stata quella incontrata ad Adigrat. Montagnosa cittadina al confine con l’Eritrea a circa 1.000 km da Addis Abeba, ci sono voluti due lunghi giorni di viaggio. Qui i bambini e ragazzi da incontrare erano 2.500. La trasferta è durata in totale 16 giorni di cui 4 di viaggio. La collaborazione avuta in questo angolo sperduto di Etiopia è stata incredibile, come pure incredibile è la popolazione del posto.

Siamo nella regione del Tigray, natura dura e sassosa, dove per sopravvivere bisogna davvero lavorare molto. Da Adigrat, dove alloggiavamo, ci spostavamo ogni giorno a Saona per incontrare i bambini; potremmo definirlo un piccolo villaggio rurale raggiungibile in circa un’ora e mezza di strada sterrata da brivido nel mezzo di un paesaggio armonico e bellissimo dove non pioveva da tre anni! Il nostro stupore deve essere stato talmente tanto per questa notizia che abbiamo portato la pioggia per qualche giorno. Anche qui la procedura era la stessa ripetuta negli altri posti con una difficoltà in più: la lingua. In questa zona si parlano molti dialetti e la lingua locale è il tigrino, completamente diverso dalla lingua ufficiale, l’amarico. Per comunicare avevamo bisogno di un traduttore, a volte più di uno. Precisamente il percorso era questo: domanda in italiano tradotta in amarico, poi amarico-tigrino e finalmente tigrino-dialetto locale. La risposta faceva il percorso inverso: dialetto-tigrino, tigrino-amarico, amarico-italiano. Un disastro! Non nascondo che a volte mi veniva da ridere mentre aspettavo di poter capire quello che si stavano dicendo in lunghissime traduzioni. Sono stata davvero contenta di aver conosciuto un popolo così particolare, quasi impossibile per me spiegare la serenità che si vedeva sui volti delle donne che vivevano in un luogo tanto duro ed isolato. 

 Dopo 12 giorni di lavoro siamo riusciti a registrare 2.485 bambini. In 15 non si sono presentati. A questo punto la domanda sorge spontanea: ai ragazzi che non sono venuti cosa succede?

Prima di tutto a fine giornata avvisavamo i responsabili del posto, i Capi del Kebele, i quali conoscendo veramente tutti, un po’ come succede nei nostri piccoli paesini, verificavano il motivo dell’assenza convocando i bambini il giorno successivo. Spesso si trattava di ragazzi che si erano trasferiti per lavoro, studio o, nel caso delle ragazze, a seguito del matrimonio.

A questo punto i requisiti per l’adozione decadono e si provvede a comunicare il tutto alla sede di Verbania che avvisa il benefattore in Italia e propone la sostituzione con un altro bambino. É capitato spesso che la famiglia stessa proponesse la sostituzione con fratellini o sorelline più piccole che registravamo per poi proporre la variazione al benefattore in Italia.


Questi incontri nei villaggi vengono programmati una volta all’anno a causa delle distanze che in Etiopia è meglio quantificare in ore di viaggio e non in chilometri. Avere informazioni sui bambini al di fuori da questi momenti è davvero molto complicato.

Quindi approfitto di questo spazio per dire a chi mi ha chiesto le foto dei bambini, come citato a inizio articolo, e a chi vorrebbe avere più informazioni nell’arco dell’anno che dovete essere comprensivi perché non è veramente possibile fare di più!

Sono stati giorni intensi, sono passati davanti ai miei occhi casi umani veramente particolari. É stato faticoso sotto tutti gli aspetti, ma il giorno della nostra partenza abbiamo avuto un grande dono che mi ha riempito il cuore. Vi racconto: terminato il lavoro, avevamo lasciato alle spalle Saona diretti ad Adigrat per l’ultima notte prima della partenza per rientrare ad Addis Abeba. Ci eravamo fermati a fare delle foto visto che era l’ultima volta che facevamo quella strada e mentre cercavo, da grande fotografa quale sono, un bella inquadratura, mi viene incontro un donna che mi ringrazia, abbraccia e bacia ripetutamente, poi chiama i figli e li manda a salutarmi. Noto che aveva in mano i documenti delle adozioni. Imbarazzata ringrazio a mia volta e mi allontano. Poco dopo mi sento chiamare dagli altri del gruppo perché il marito aveva portato sulla strada un regalo per noi: un barattolo di miele che abbiamo mangiato aiutandoci con dei bastoncini di legno.

Eravamo tutti stupiti per questo gesto di ringraziamento e generosità. Il miele l’ha dato a noi, ma è come se l’avesse idealmente voluto consegnare a voi benefattori in cambio dell’immenso aiuto che date. Sarebbe bello che ognuno di voi potesse vedere con i propri occhi quanto bene fate a questi bambini e alle loro famiglie!


NOTE: 

 1: Concluso il lavoro di verifica viene data disposizione per il versamento del sostegno mediante bonifico bancario su un conto corrente a costo zero intestato al bambino. I familiari dovranno recarsi alla sede più vicina per prelevare il denaro.
 2: I bambini che beneficiano del progetto Adozione a distanza ci vengono segnalati dal Ministero delle Donne che in collaborazione con il capo dei kebele, individuano le famiglie più povere e bisognose: talvolta donne sole o vedove con un numero elevato di figli.
 3: La più piccola unità amministrativa in Etiopia (può identificare, ad esempio, un quartiere, o un gruppo localizzato e delimitato di persone).
 4: D’accordo con le autorità locali pretendiamo che i bambini che beneficiano del sostegno a distanza frequentino la scuola statale; per questo richiediamo la pagella scolastica.
 5: Questi casi sono frequenti e possiamo permetterci di far curare questi bambini grazie alle offerte che ci pervengono con la causale “Cure mediche in Etiopia”.


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